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«No, non sono pentito di aver fatto del bene»
Lettera di Don Cesare all’Arcivescovo di Lecce


Eccellenza Reverendissima

si intravedono le luci della speranza, ma comincia anche ad emergere la stanchezza: il fisico accusa il peso della innocenza, perché, mi creda, l’innocenza pesa molto più della colpevolezza, perché stritola e rende ancor più solo. Nello stesso tempo penso ai poveri, a coloro che sono indifesi, abbandonati nello squallore di celle senza speranza, senza futuro, resi numeri all’interno di un meccanismo che codifica e toglie ogni possibilità di giustizia.

Quanta tristezza!

Ed allora bisogna pregare, lottare dentro, cercare il sole di Dio, volgere lo sguardo verso l’oriente, dove la speranza dà la certezza che sta per arrivare una buona notizia. Bisogna credere.

Mi domando se è giusto continuare a servire i poveri, o è giunta l’ora di fermarsi e rinchiudersi nell’ordinarietà, dove non ci saranno mai problemi e difficoltà, dove la giornata sarà protetta dagli orari, per cui diventerà facile fare la “professione” del prete.

Non so se ci riuscirei, perché sento dentro la forza spirituale del “rivoluzionario di Dio”, che deve andare per le strade a dire ai poveri, che il Suo amore è grande, stupendo, meraviglioso, è l’amore dei miracoli.

L’11 marzo scorso mi ha profondamente segnato: ho iniziato la giornata accogliendo tra le mie mani il primo pezzo di pane frutto della carità (al mattino avevo aperto in Moldavia il primo forno per la produzione e distribuzione del pane ai poveri), con accanto amici meravigliosi che hanno lasciato tutto per stare con me, ed ho chiuso la giornata porgendo le mie mani per renderle disponibili alla ingiustizia che non vuol riconoscere la forza della carità.

Le stesse mani, al mattino immerse nella carità che diventa vita e speranza, nella serata consegnate alla ingratitudine del mondo.

In comune quelle mani hanno sempre avuto i poveri, perché ovunque, dalle strade di Chisinau, fino al carcere, hanno solamente cercato l’abbraccio dei poveri.

Costa servire i poveri, amare gli altri, farsi prossimo.

Nostro Signore è andato in Croce e lì, sull’austero “trono” della sofferenza e della ingratitudine umana, ha continuato ad amare: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno… Oggi sarai con me in paradiso…».

E poi alla sua mamma Maria ha consegnato l’ultimo testamento dell’amore: «Donna ecco tuo figlio…». Ha detto alla mamma: continua tu ad amare questo mondo, come io l’ho amato fino al sacrificio totale.

Penso a Gesù e dico a me stesso, che in quanto prete non poteva essere diversa la mia strada.

Questa è la mia croce!

Da anni ho compreso che la sofferenza è il mio “pane quotidiano”, pasto spirituale necessario per conoscere la vita dei poveri, per amarli, per servirli e morire per loro.

Quale grande dono!

Nel silenzio della mia solitudine, penso alle tante persone che Dio mi ha permesso di servire, penso alle tante ragazze, verso le quali ho riversato tutto. No, non sono pentito di aver fatto del bene. Sono pronto a rifarlo, per dare loro l’amore di Dio, quell’amore che non conosce la fragilità umana, ma si dona per diventare ricchezza.

Una ragazza mi ha scritto: «Devi alzarti e camminare accanto a coloro per i quali hai donato la tua vita ed oggi anche la tua libertà. Non hai fatto male a nessuno. È sempre accaduto il contrario: ti hanno fatto del male, ma tu hai sempre saputo perdonare, perché eri, sei e sarai un uomo di Dio».

Un’altra ragazza mi ha scritto una lettera, all’interno della quale c’è questa preghiera: «Padre nostro che sei nei cieli, sappi che prima di te ho conosciuto un altro padre, un po’ più piccolo, ma non tanto, che si chiama don Cesare, il quale mi ha fatto tanto bene, ma veramente tanto, vedi un po’ tu cosa puoi fare per lui. Aiutalo. Io non posso. Vai tu da lui e digli che gli voglio tanto bene».

Mi ha scritto anche la mia mamma, forse per la prima volta e mi ha detto: «Non arrenderti, perché presto tornerai tra i tuoi veri amici, i poveri, per i quali hai dedicato la tua esistenza e la tua missione sacerdotale». E pensare che la mia mamma non ha il riscaldamento in casa e vive con una misera pensioncina…

Sono in molti che mi stanno scrivendo, ma stanno soprattutto redigendo l’antologia della speranza e la vittoria della carità.

In questi giorni ho scritto una lettera a tre confratelli sacerdoti, i quali hanno sempre apertamente e duramente osteggiato l’operato di Casa Regina Pacis. Con loro ho messo in atto la nota espressione di Don Primo Mazzolari che dice «Bacia la mano di colui che ti colpisce».

Ho scelto di baciare queste mani. Li ho ringraziati. Soprattutto ho donato loro il gesto della pace e della riconciliazione, perché non ha senso manifestare per la pace nel mondo, lungo le strade delle nostre città e poi dimenticare che la pace deve essere il gesto più semplice ed immediato che bisogna porgere a chi ti sta accanto.

Grazie, Signore, anche per questo dono e per avermi fatto comprendere che la riconciliazione è un gesto che deve avere la forza della pace, quella vera.

Eccellenza, Le chiedo di pregare per me, di essermi accanto, di continuare con me a servire i poveri ed amarli.

Eccellenza, voglio anche vincere le sue lacrime, anch’esse compagne di viaggio nei miei percorsi di carità.

Per il resto… si faccia la volontà di Dio.

Grazie.

Noci, 7 aprile 2005

Don Cesare #

NB Il simbolo che segue al mio nome (#) vuol raffigurare le sbarre di una cella e nello stesso tempo un messaggio: «prete ex detenuto innocente».

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